Quando spiegare non basta
Ci sono esperienze che ci mettono davanti a un limite. Proviamo a mettere ordine, a trovare un senso, a dire qualcosa che tenga insieme i pezzi. Per un po’ sembra possibile. Poi arriva un punto in cui ti accorgi che quello che sai non basta più.
A Roma, dentro San Pietro, avevo sentito questa cosa. Non la sapevo spiegare. Ma c’era. Dentro quella grandezza… qualcosa non tornava. Ma c’era. Nel museo di Cagliari c’è una scultura di Francesco Ciusa. La madre dell’ucciso. Non serve conoscere tutta la storia. Basta guardarla. Il corpo è piegato. Le gambe strette tra le braccia. Non è un gesto di protezione. È un gesto che si arrende. Lo sguardo non cerca.
Davanti a lei, quella cosa che avevo sentito a Roma… diventa chiara. Lo stesso uomo. Quello che crea cose grandi, che è capace di emozioni profonde, é lo stesso che si trova davanti a qualcosa che non può reggere. “Devi essere forte! devi avere fede! devi andare avanti!” Sono le frasi che arrivano sempre. Anche se, oggi almeno certe cose non le liquidiamo più così.
Abbiamo imparato a dire parole come trauma, ferita, lutto. Abbiamo capito che dentro succedono cose che non controlliamo davvero. E questo aiuta, ma non basta, perché puoi capire cosa ti succede… e non sapere cosa fartene; puoi dare un nome al dolore… e non riuscire a starci dentro; puoi spiegare una ferita… e continuare a sentirla. E anche quando smetti di chiederti: “Perché succede?” resta un’altra domanda: che senso ha tutto questo?
Che senso ha amare, se posso perdere tutto?
Quello che ho vissuto… resta o finisce nel vuoto?
Qui le spiegazioni si fermano, non perché siano sbagliate, ma perché non bastano.
Forse il problema non è che non sappiamo abbastanza. Forse il problema è che stiamo cercando di spiegare qualcosa che non si tiene insieme solo spiegandolo.
E da qui comincia l’indagine, perché se è vero che abbiamo iniziato a capire qualcosa in più su quello che succede dentro, è anche vero che c’è qualcosa che continua a sfuggire, qualcosa che non torna.
Non posso allora fermarmi solo alla domanda: cosa mi succede dentro? Ma aprirmi ad altro: chi sono davvero… dentro tutto questo? Ma soprattutto: c’è qualcosa che può tenere insieme quello che vivo…oppure no?