Qualcosa non torna

A un certo punto della vita, quando hai visto passare un po’ di acqua sotto i ponti, ti accorgi che alcune cose non si sono chiuse come avresti voluto. Non perché non le hai sapute affrontare, ma perché ogni volta che hai pensato di aver capito, resta sempre qualcosa che non torna. Tutto sembrava chiaro, e invece qualcosa sfugge all’attenzione, come se un velo permettesse alla verità di non lasciarsi prendere fino in fondo. All’inizio credi che sia solo un tuo limite. Un passaggio non ancora risolto, che però prima o poi riuscirai a sistemare. Perché è così che abbiamo imparato a leggere la vita: se qualcosa non torna, ci deve essere un modo per farla tornare.

Ci provi. Ci pensi. Ti analizzi. A volte funziona. Metti insieme qualche pezzo e vai avanti. Ma non dura molto,  perché, dopo un po’, ci sei di nuovo dentro… Come se il problema non fosse esattamente lì dove stavi guardando.

Non è solo un errore di valutazione, una fase andata male, una tua ferita personale, perché la ritrovi anche negli altri. Nelle relazioni. Nel lavoro. Nei legami più belli e nelle rotture più dure. Nei grandi slanci e nelle cadute più banali. La ritrovi perfino nelle cose che ammiri di più. È questo spiazza, perché ti aspetteresti di incontrarla solo dove c’è il fallimento, solo dove qualcosa si rompe. Mentre la trovi anche dove c’è riuscita. Dove c’è bellezza. Dove c’è forza. Dove c’è intelligenza. Ed è lì che cambia qualcosa. Perché inizi a sospettare che il problema non compaia solo quando sbagliamo. Resta anche quando pensiamo di fare le cose bene.

Ci sono luoghi in cui questa cosa diventa impossibile da ignorare.

Non perché succeda qualcosa di straordinario, ma perché, a un certo punto, quello che vedi fuori inizia a dire qualcosa di preciso su quello che hai dentro.

È quello che mi succede ogni volta che arrivo a Roma. Non la Roma delle cartoline, non il rumore del traffico o il disordine delle strade. Roma è una città che non si limita a esistere. Vuole affermare qualcosa. Vuole restare. Vuole durare. Vuole imporsi sul tempo. E questa cosa la senti, anche se non la stai cercando. Non a caso è definita la città Eterna.

Poi, a un certo punto, arrivi lì. Piazza San Pietro. Ci entri da via della Conciliazione, e quello spazio ti prende subito. Il colonnato ti avvolge, come se ti accogliesse. Ti senti dentro qualcosa di grande, ordinato, pensato.

Ma quasi nello stesso momento, senza sapere bene perché, quello stesso abbraccio cambia. Non è più solo accoglienza. È anche contenimento. Direzione. Forza. Come se quello spazio, mentre ti accoglie, ti dicesse anche dove stare, e ti spinge dentro la grande basilica.

La sensazione li non si spegne. Si amplifica. Tutto è misura. Tutto è proporzione. Tutto è costruito per portare lo sguardo in alto. Non devi nemmeno decidere di farlo. Succede. Le cappelle, le altezze, la luce, ogni dettaglio sembra dire la stessa cosa: l’uomo è capace di qualcosa di grande, che lo supera. Non puoi fare finta di niente. Lo senti.

Mentre tutto sembra tenere insieme grandezza, ordine e bellezza, pero qualcosa si incrina. Non è un pensiero. È una sensazione, una specie di attrito. Quello stesso uomo, non due uomini diversi… ecco quello stesso uomo è capace di costruire tutto questo e allo stesso tempo è capace di distruggere, usare, piegare. La stessa mente, le stesse mani, lo stesso cuore può elevare e schiacciare nello stesso gesto. Può creare e consumare,  custodire e usare nello stesso proposito.

A quel punto non è più possibile fermarsi a quello che si vede. Non perché sia falso. Ma perché non basta per dire chi è l’uomo. La sua grandezza non lo spiega, ma neanche la sua miseria lo esaurisce.

E allora la domanda che mi faccio cambia. Non è più: perché l’uomo che può arrivare a tanta grandezza può anche arrivare a tanta meschinità?

Ma: che cosa tiene insieme tutto questo?

Non voglio presentare una teoria, ne tanto meno una tesi da dimostrare. La mia è una presa d’atto.

Possiamo analizzare l’uomo, descriverlo, interpretarlo. E convincerci di aver capito. Ma quando torniamo alla vita reale, quella che si vive nei gesti, nelle relazioni, nelle scelte, nelle ferite… qualcosa sfugge. forse perché non stiamo guardando nel modo giusto.

Forse il problema non è tanto ciò che l’uomo fa. Forse il problema è che non riesce a tenersi insieme. Questa non è una risposta. È l’inizio di un’indagine.

Per farlo bisogna avere il coraggio di attraversare tutto quello che abbiamo già costruito per leggere l’uomo. Non per distruggerlo. Ma per vedere se regge davvero.