CRISTO NON È
IL CUSTODE DELLE
NOSTRE TOMBE
Il primo dato che emerge dalla solenne veglia del sabato Santo e che la Pasqua non comincia nella luce, ma nel buio. Questo non è un semplice dettaglio coreografico per l’efficacia della celebrazione. Il buio é la nostra vita, specialmente quando smette di funzionare come pensavamo.
Le ferite che non si chiudono, le paure che non passano e le cose che non si risolvono finiscono per definire lo spazio in cui viviamo.
E così ci troviamo chiusi in una forma di esistenza che sentiamo stretta e scomoda, ma alla quale ci adattiamo, organizzandola per darle l’illusione di un ordine.
Lo chiamiamo equilibrio, realismo, perfino maturità, ma è solo un modo più elegante per avere tutto sotto controllo.
Il sepolcro non è solo il luogo della morte biologica. È il luogo dove la vita rimane sotto controllo: dove tutto deve essere leggibile e prevedibile, anche il dolore va contenuto; il luogo dove non accade più niente che possa metterci in crisi.
Nel Vangelo di Matteo Gesù li chiama sepolcri imbiancati, e li, paradossalmente, noi abbiamo stabilito la nostra residenza. Non perché si sta bene, ma perché sappiamo come stare.
Restiamo nel sepolcro perché lì sappiamo chi siamo. Fuori no.
Dentro questo spazio chiuso, facciamo una cosa decisiva: costruiamo anche la nostra idea di Dio. Eleviamo gli occhi al cielo, non per chiedere di essere tirati fuori, ma perché lui rimanga lì con noi per consolarci, per darci sicurezza, per confermarci nei nostri propositi.
Da Lui vogliamo che renda sopportabile ciò che abbiamo costruito, che custodisca la vita però senza cambiarla. Non deve mettere in discussione la nostra posizione, non deve aprire nulla e non deve spostare niente. Ecco quello che vogliamo un Dio che protegga il nostro sepolcro.
La liturgia della solenne veglia Pasquale, attraverso i suoi simboli, ci mostra come Cristo è entrato nel buio di questo nostro sepolcro non per sistemarlo meglio o per renderlo più sopportabile, ma per spostare la pietra che lo tiene chiuso e lasciarlo aperto. La pietra rotolata non serve per far entrare qualcuno, ma per dire che da lì si esce.
Questo per noi è un vero problema. Perché finché il sepolcro è chiuso, possiamo dire “questa è la nostra vita”. Ma se è aperto, non ho più scuse.
Le donne vanno al sepolcro per cercare un morto. Esattamente come noi, che cerchiamo Dio dove pensiamo che debba essere, dentro ciò che conosciamo, dentro ciò che possiamo gestire, dentro ciò che non ci mette in discussione. Ma non lo trovano, perché Dio non é dove abbiamo cercato di sistemarlo.
La resurrezione non è un lieto fine, è una frattura, un breccia aperta nella storia dell’uomo. La resurrezione non è un evento per sistemare la vita di prima, per aggiustare le cose e tantomeno per consolarci.
La resurrezione ci chiama fuori dai nostri sepolcri: fuori dalla paura che abbiamo imparato a gestire; fuori dalle ferite con cui abbiamo imparato ad identificarci; fuori da quella stanchezza che abbiamo smesso di chiamare per nome e che ormai chiamiamo vita.
Ma fuori spaventa, perché il sepolcro, per quanto stretto e scomodo, rimane sempre uno spazio sotto controllo. Fuori no. Fuori non sai chi sei. Fuori non gestisci tutto. Fuori non puoi più difendere l’immagine che ti sei costruito. Fuori devi fidarti. E questo è il punto che evitiamo.
Eppure una cosa resta certa. Cristo non è nel sepolcro. Non lo troverai lì. Non è il custode delle tue tombe. Non difende le tue chiusure. Non protegge le tue paure. È fuori. Ed è lì che ti aspetta. La Pasqua non è la promessa che la vita resterà intatta cosi come é, ma è la fine di questa illusione.
Alla fine ci resta solo una domanda.
Vogliamo un Dio che protegga la vita che abbiamo costruito o un Dio che ci chiama a viverne una che non controlliamo?
Perché le due cose non stanno insieme.