Non tutto va nella stessa direzione
Nell’episodio precedente ci siamo lasciati con una domanda
Chi è che vive dentro di me?
È Questa ha continuato a risuonarmi dentro, sino a che non mi ha condotto a un grande racconto di Tolstoj, La morte di Ivan Il’ič.
Una storia che apparentemente non ha niente di straordinario.
Ma è proprio attraverso questa ordinarietà che Tolstoj, attraverso le immagini che crea con la sua penna, riesce a mostrarci le diverse spinte che convivono dentro di noi e finiscono per attraversare anche le nostre relazioni, le nostre scelte, persino il nostro modo di stare insieme.
Il romanzo comincia praticamente dalla fine.
Ivan Il’ič è morto.
I suoi colleghi ricevono la notizia mentre sono in tribunale. È morto un uomo che conoscevano, con il quale hanno lavorato, parlato, trascorso anni. Eppure, quasi immediatamente, insieme al dispiacere compare qualcos’altro: quali conseguenze avrà quella morte per la propria carriera.
Tolstoj scrive:
«A parte le varie considerazioni su trasferimenti e mutamenti di carriera che da quella morte potevano derivare, il fatto stesso della morte di un conoscente intimo suscitava in tutti coloro che venivano a saperlo, come sempre, un sentimento di gioia perché era morto lui e non loro. “Accidenti, è morto; io no, invece”, fu il pensiero, più o meno inconfessato, di ognuno.»
Non sono mostri.
Sono persone normali.
Ed è proprio questo che rende la scena così scomoda. Tolstoj non ci mostra uomini incapaci di provare dispiacere. Ci mostra uomini nei quali il dispiacere può convivere con il calcolo, l’affetto con l’interesse, il dolore per la morte dell’altro con il sollievo di essere ancora vivi.
Quando un evento della realtà ci colpisce, reagiamo con pensieri così contrastanti che possono anche spaventarci e pensare che certe cose non ci appartengano, e che sono sfuggite al nostro controllo: io non sono così e la classica risposta con cui accompagnano ciò ciò che non conosciamo.
Però Tolstoj magistralmente ci mostra un altra possibilità. che le cose contrastanti che vogliamo contemporaneamente ci appartengono: quelli siamo noi.
Posso volerti bene e desiderare che tu sia libero però anche accorgermi che quando scegli qualcosa che ti allontana da me una parte di me vorrebbe trattenerti.
Posso essere sinceramente felice per il successo di un amico e sentire, nello stesso istante, una piccola fitta perché avrei voluto quel successo per me.
Posso prendermi cura di qualcuno perché gli voglio bene e scoprire quanto mi faccia piacere sentirmi indispensabile.
Posso desiderare una relazione autentica e, appena quella relazione mi chiede di espormi davvero, cominciare a difendermi.
Il punto è proprio questo: non accade necessariamente in momenti diversi.
Nello stesso momento ti voglio e ti respingo.
Ti dono e trattengo.
Mi avvicino e mi difendo.
l’immagine di un uomo nel quale abita contemporaneamente una parte buona e una cattiva che si combattono quasi a sua insaputa, adesso forse appare troppo semplicistica.
L’esperienza è molto più complessa ti quanto possiamo credere.
Persino ciò che riconosciamo come un azione buona può essere attraversata nello stesso istante dal suo contrario proprio nello stesso momento in cui la compiamo.
Il desiderio di amare può portare con sé il desiderio di possedere.
La generosità può cercare riconoscimento.
L’altruismo può nascondere un bisogno.
La giustizia può essere contaminata dalla vendetta.
Persino il sacrificio può diventare un modo per rendere l’altro debitore.
Attenzione, però.
Questo non significa che l’amore sia soltanto possesso, che la generosità sia falsa o che dietro ogni gesto buono si nasconda necessariamente qualcosa di oscuro.
Questa sarebbe un’altra semplificazione.
Quello che stiamo scoprendo è molto più scomodo:
Io non sono un blocco unico, neanche tu e neanche lui. Siamo come un intreccio.
Tolstoj non si ferma solo ai colleghi di Ivan.
Comincia a raccontare anche la vita dello stesso Ivan Il’ič. ed é li che il racconto diventa illuminante.
Ivan ha vissuto più o meno come cerchiamo di vivere tutti: costruendo una posizione, cercando sicurezza, lavorando per avere un futuro più tranquillo, facendo ciò che riteneva giusto fare.
E per molto tempo tutto sembra funzionare.
Finché qualcosa si é incrinato.
Non fuori, però. Agli occhi degli altri la sua vita continuava ad apparire riuscita e persino invidiabile.
La crepa si apre dentro di lui.
Attraverso l’esperienza della malattia e Avvicinandosi alla morte poi, Ivan comincia a formulare una domanda che fino a quel momento non aveva mai realmente preso in considerazione: “e se tutta la sua vita fosse stata sbagliata?”
All’inizio la respinge immediatamente: “No. Non può essere. Ho vissuto come si deve.”
Eppure qualcosa continua a non tornare.
Ed è qui che Tolstoj ci porta un passo più avanti.
Non si tratta più soltanto di scoprire che dentro di me convivono desideri contraddittori. Ivan ci costringe a considerare una possibilità ancora più inquietante:
posso costruire una vita apparentemente coerente senza essere però interiormente unificato.
Posso fare ciò che bisogna fare, ottenere ciò che desideravo, essere riconosciuto dagli altri e, a un certo punto, scoprire che alcune parti di me sono rimaste fuori dalla vita che ho costruito.
Non necessariamente perché ho vissuto facendo il male.
Forse perché ho vissuto senza realmente esserci interamente.
Allora non basta più dire: dentro di me agiscono forze che non conosco e che non mi appartengono.
Perché il problema non è soltanto ciò che ignoro di me o che non reputo mio.
È che mentre vivo la mia quotidianità non tutto ciò che mi abita va nella stessa direzione.
Desiderio e paura.
Slancio e resistenza.
Bisogno di comunione e impulso a dominare.
Desiderio di donarmi e bisogno di proteggermi.
Non sono personaggi diversi che abitano dentro di me.
Sono io. Tutti. Nello stesso momento.
Ed è forse questa la scoperta più difficile da accettare.
Quando amo e trattengo, sono io.
Quando dono e cerco riconoscimento, sono io.
Quando desidero avvicinarmi all’altro e contemporaneamente mi difendo, sono ancora io.
Per questo non posso cavarmela dicendo:
«Non ero me stesso».
Ero io.
Il problema è che io non sono semplice come pensavo.
E allora la domanda con cui siamo entrati dentro di noi cambia ancora.
Non basta più chiederci:
perché pur volendo scegliere il bene faccio anche il male?
La domanda è diventata può risultare molto più inquietante:
chi è che vive dentro di me mentre sto faccendo il bene?