Dio sul banco degli imputati

Gli innocenti che soffrono, il dubbio che attraversa anche la fede.

Nel tempo dei social, dell’informazione minuto per minuto, ogni giorno siamo esposti, volenti o nolenti, a scene e immagini che non lasciano indifferenti. Le vedi, e qualcosa dentro si muove. Una guerra che non finisce, un’ingiustizia che si ripete, un bambino che soffre senza colpa, una violenza contro persone fragili senza motivo. Prima ancora di pensarci, la reazione è immediata. Ti sale rabbia, un’indignazione che mette subito le cose in chiaro: io non sono come loro.

E così, da un senso di stortura, nasce una richiesta di giustizia: qualcuno ne deve dare conto.

Notizia dopo notizia, video dopo video, più si scorre e più i fatti si accumulano e dentro prende forma una convinzione semplice, quasi inevitabile: le prove sono chiare, qualcuno ne risponda.

Ed è così che, spesso senza accorgercene, finiamo per chiamare Dio sul banco degli imputati: perché permetti tutto questo? Perché tu che puoi tutto non intervieni? Perché tu che dici di essere Amore lasci soffrire gli innocenti?

Sono domande lecite, sono domande vere e se siamo onesti con noi stessi, forse sono anche domande comode. Perché finché il problema è Dio, la responsabilità non è nostra.

Non è una questione di fede. Il nodo non è in che Dio credo, ma è il disorientamento dell’uomo.

Quando Dio, che è l’Assoluto, resta un’idea lontana e non una presenza che entra nella vita di ogni giorno, non sappiamo più da che parte andare.

Ci muoviamo, facciamo cose, prendiamo decisioni, ma senza una direzione chiara. E quando non c’è una direzione, non è vero che tutti sono liberi: alla fine qualcuno prende il comando.

In uno spazio così, la fragilità non viene più protetta. Viene usata per far valere il proprio potere e smette di essere il luogo dell’alleanza.

Forse allora le prove non sono così chiare come ci sembravano all’inizio. Forse non è Dio che si assenta o che distoglie lo sguardo. Forse è l’uomo che non si lascia orientare da una Presenza che lo precede e che continua a esserci.