La donna murata

la fragilità che apre la breccia e fa passare la luce

Questo è un racconto. Non va interpretato, ma attraversato. Prenditi il tempo di leggere.

Il suo sguardo si perdeva fuori dalla finestra, come sospesa, tutto appariva irregolare e disarmonico. La città si muoveva in modo meccanico e spigoloso, come un organismo senza respiro. Gli altri in questo riconoscevano il caos, lei no. In quel groviglio di forme trovava una geometria segreta, una danza urbana, sensuale, ritmica, coerente nel suo stesso squilibrio. Sembrava che il barocco irrequieto tornasse a danzare nella nostra contemporaneità per dare senso alle troppe forme spezzate che il mondo di oggi produce, in una coreografia inconsapevole di corpi, rumori e luci che si sfiorano senza saperlo.

Dall’alto del palazzo, la città sembrava respirare come chi da troppo tempo vive con l’acqua alla gola, in attesa di un segno, dell’ora in cui poter finalmente dire ciò che trattiene dentro di sé. Tutto pulsava, fremeva, respirava col fiato corto, una vita a metà che non riesce a fermarsi e non trova il suo compimento.

«Perché mi sento così fuori luogo?» si chiedeva la donna tra sé, mentre osservava le auto ferme al semaforo, che con i suoi colori dirigeva il traffico senza favoritismi, e gli alberi piegati dal vento, con quel verde che dava un tocco di vivacità agli abiti austeri ed eleganti dei palazzi. Persino i netturbini sembravano perfettamente accordati nella musicalità di quell’orchestra urbana, nella quale lei non riusciva a tenere il tempo, a stare al passo.

Quei pensieri, che piano piano stavano crescendo nella sua testa, la rendevano amareggiata e rassegnata; eppure, in quella stessa consapevolezza, ardeva un’inquietudine ribelle contro la mansuetudine che tutti pretendevano da lei.

«Signora!» Una voce come uno squillo di telefono insistente continuava a chiamarla. «Signora!… Signora!… Signora!» Ogni richiamo era un colpo secco, come se volesse riportarla a forza nel mondo reale. Ma lei In quel momento era sorda alla realtà, rapita dai suoi pensieri. «Signora!» gridò di nuovo l’uomo, con il tono di un generale che richiama al rapporto le sue truppe dopo la sconfitta.

«E basta, l’ho già chiamata un sacco di volte! Io devo uscire! Lei vuole fare il suo dovere, per favore?» La incalzò con voce tesa, come una lama affilata che si muove impazientemente per tagliare le corde che lo tengono legato. Aveva fretta di fuggire da quella casa. Sentiva che ogni minuto in più stringeva il nodo della sua prigionia.

«È con noi?» insistette l’uomo, richiamandola alla presenza come durante l’appello. Quelle parole le arrivarono come sali d’ammoniaca, mescolati all’odore acre dei disinfettanti, e la costrinsero a riaprire gli occhi sul mondo, come dopo un’immersione profonda. Riprese respiro, «mi scusi, ero soprappensiero, la prossima volta starò più attenta.» Era ancora così intorpidita dai suoi pensieri che, per un momento, dubitò: forse quella voce usciva davvero da quella scatola magica che da ore cercava di riempire il vuoto della casa.

Dal televisore, con quella nitidezza come se i volti fossero pronti a uscire dallo schermo, urlavano parole taglienti, perfettamente fuse a quelle che aveva appena sentito. «Muoviti! Chiama ora! Non perdere l’occasione! Una nuova vita ti aspetta!» Le parole le si conficcarono dentro. Sembrava che il mondo intero stesse recitando le stesse battute, con la stessa voce, lo stesso tono, come se nessuno potesse più pensare da sé. «Non preoccupatevi di nulla. Al resto pensiamo noi. Dormite tranquilli, dateci fiducia…» Parole dette da un lupo con l’acquolina in bocca, pronto a divorare il suo agnello sacrificale.

Aveva perso il senso del reale. Ogni cosa, viva o artificiale, sembrava vera e finta allo stesso modo. Quella voce arrogante, però, non veniva dallo schermo. Era lì, con lei. E quella stessa voce che ogni giorno le faceva bruciare lo stomaco e sentire un senso di repulsione, ora parlava piano, quasi con dolcezza.

Si voltò. L’uomo era accanto al letto, in quella stanza ordinata sino all’immobilità, dove perfino la luce era messa in riga e l’odore d’alcol bruciava ogni traccia d’umano. Stava accarezzando quel viso con premura, baciava la fronte di quel corpo inerme, indifeso, incapace di prendersi cura di se stesso.

«Guardi, Signora, ho fatto fare colazione a mia moglie. Adesso tocca a lei: la prepari per l’igiene personale. Mi raccomando, stia attenta e delicata, pulisca bene e, dopo, rimetta tutto in ordine.» La voce che un attimo prima carezzava, ora si fece metallica, precisa, piena d’urgenza. Lei restò un momento immobile. «Eccolo lì», esclamò tra sé, «l’uomo che non deve chiedere mai!» Si lasciò sfuggire un gesto ironico, ma subito se ne pentì: la paura di essere scoperta le serrò lo stomaco, e l’ironia si trasformò in timore.

Conosceva quel corpo da tempo, poteva tracciare ogni piega, ogni solco, ogni sfumatura anche a occhi chiusi. Lo conosceva meglio del suo, e lui stava lì, a non fidarsi di lei. Era forse questo, più di tutto, che le dava fastidio?

Un tonfo secco la riscosse. Il portone si chiuse alle sue spalle, pesante come una sentenza. Restò il silenzio: un silenzio che pareva trattenere il fiato, come se anche le pareti avessero paura di muovere parola.

«Signora Maria,» disse piano, «adesso la scopro così posso lavarla e cambiarle il panno.» Si chinò sui gesti abituali: il lenzuolo da piegare, la bacinella da riempire, il corpo da voltare piano… Ma il pensiero era rimasto appeso alla finestra alta, da cui poco prima aveva guardato il mondo.

Maria la seguiva con lo sguardo e su di se sentiva le sue mani esperte. Le sfioravano la pelle con attenzione e rigore, gesti precisi, puliti, ma senza respiro. Mai un gesto fuori posto, mai uno in più. Era brava, questo sì. E in quel rispetto Maria si sentiva un fiore nelle mani di chi conosce la fragilità e sa prendersene cura. Eppure… qualcosa in lei mancava all’appello, il corpo era lì, ma la sua presenza scivolava, distante. Quegli occhi grandi e luminosi portavano una malinconia che non apparteneva alla stanza. Negli anni di immobilità, Maria aveva imparato a leggere le posture più delle parole: quella donna si muoveva bene, ma dentro era smarrita.

«Gioia mia», sussurrò, «dov’è sei, adesso? lI corpo è qui, ma il resto di te vaga altrove…» La donna restò interdetta, le mani sospese a mezz’aria. Non sapeva se rispondere o fingere di non aver sentito. Le mani ripresero a muoversi, come se non volessero perdere il ritmo del gesto che la proteggeva dal sentire.

Maria continuò con una voce lieve e ferma, di quelle che addolciscono una verità tagliente: «Io sono qui immobilizzata, eppure mi sento più viva di te. Tu ti muovi… ma non ci sei.» Le prese la mano, interrompendo quel rito che ormai scivolava via senza toccarla.

«Gioia mia… ma perché sei finita qui? Si vede che sei diversa dalle altre.»

Lei sospirò. «Eh, Signora… è una storia lunga.»

Maria chiuse appena gli occhi, con un sorriso lieve: «Dove vuoi che vada? Ho tutto il tempo del mondo.»

Le mani calde di Maria stringevano le sue: non la trattenevano, la sostenevano. Qualcosa cedette dentro. La donna si lasciò andare, sedendosi ai piedi del letto.

«Una storia lunga, sì…» mormorò, parlando più a se stessa che a Maria. Le parole uscirono a frammenti, come titoli di capitoli mai scritti: Banchi erosi dai sogni di chi ci aveva creduto troppo. Legni che un tempo reggevano il peso del futuro, ora solo polvere e scritte sbiadite. Avventure mai iniziate negli occhi di chi ti vuole al sicuro, intimoriti dal tuo passo. Amori sfiorati e mai presi, amori visti ma non compresi, ferite che non smettono di pulsare. Un biglietto di treno preso all’ultimo, per fuggire da ciò che la consumava. Un telefono che non squilla più. Un vestito “per le occasioni”. Una stanza in affitto con la luce ballerina. Poi tacque, come se davvero avesse detto tutto. Maria la guardò con una tenerezza quieta.

«Marta, Marta… siamo in due, qui dentro: io non posso muovermi… e tu non puoi scappare.»

Fermati un momento.

Questo racconto non chiede di essere capito. Chiede di essere abitato.

Le domande che seguono non servono a interpretare la storia, ma a vedere dove ti tocca.

Che immagine o scena del racconto ti è rimasta addosso?

Che emozione ti ha attraversato/a leggendo? (Anche se questa è confuse e contraddittoria)

In quale personaggio situazione ti sei riconosciuto/a anche solo in parte?

C’è un punto del racconto che ti ha messo a disagio, ti è irritato o ti ha fatto tacere?

Quale muro della tua vita questo racconto ti ha fatto intravedere?

Dopo aver letto, c’è un piccolo movimento interiore che senti possibile?

C’è qualcosa che questo racconto ha toccato in te e che non trova posto nelle domande? Anche poche parole, anche un’immagine, anche un silenzio.

se queste domande hanno aperto qualcosa, scrivi.

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